FEDERICO FELLINI

1954 - La strada
1960 - La dolce vita
1963 - Otto e Mezzo (8½)
1969 - Fellini - Satyricon
1972 - Roma
1974 - Amarcord



Regista italiano. Certamente il più celebre, il più osannato e premiato dei registi italiani, poeta insuperato dell'autobiografismo di finzione e della visionarietà onirica, nasce in una famiglia piccolo-borghese (il padre, Urbano, è un commerciante e la madre, Ida Barbini, casalinga), e trascorre un'infanzia «normale» (che riuscirà comunque a mitizzare). Abile vignettista umoristico, nel gennaio del 1939 si trasferisce a Roma dove, invece di frequentare l'università, inizia una carriera di giornalista collaborando con parecchi settimanali fra i quali il bisettimanale umoristico «Marc'Aurelio», per il quale inventa rubriche e personaggi vari (fra gli altri: Pallina e Cico). Introdotto in radio e nel mondo del cinema da Maccari e Steno, collabora (inizialmente non accreditato) a varie sceneggiature. Scampato al richiamo alle armi per una fortuita coincidenza, nell'ottobre del 1943 sposa G. Masina (conosciuta alla radio come interprete di Pallina), e per superare le difficoltà finanziarie del periodo di guerra vende ritratti umoristici. Nel 1945 viene invitato da R. Rossellini a collaborare alla sceneggiatura di Roma città aperta (1945), in particolare per lo sviluppo del personaggio di Don Pietro, interpretato da A. Fabrizi, di cui è amico personale. È proprio Rossellini che lo instrada definitivamente verso il cinema: collabora alla sceneggiatura di Paisà (1946), sostituendo Rossellini alla regia nell'episodio fiorentino; poi scrive il soggetto e la sceneggiatura di Il miracolo, secondo episodio di L'amore (1947), per il quale è anche attore (sua unica esperienza) e aiuto-regista, così come lo è per Francesco giullare di Dio (1949). Nel frattempo, insieme a T. Pinelli, scrive varie sceneggiature per A. Lattuada, P. Germi, L. Comencini e altri. Nel 1950, insieme a Lattuada, dirige Luci del varietà, racconto delle illusioni e delusioni professionali e amorose del capocomico di una «scalcagnata» compagnia di avanspettacolo. Il vero esordio nella regia avviene nel 1952 con Lo sceicco bianco, storia di una ingenua giovane sposina che, durante il viaggio di nozze, va a cercare il suo idolo dei fotoromanzi per scoprire che si tratta un uomo rozzo e volgare (A. Sordi). Accolto molto tiepidamente dalla critica alla Mostra di Venezia e ancor più freddamente dal pubblico, sarà molto rivalutato nel tempo. Il primo convincente successo arriva con I vitelloni (1953, Leone d'argento a Venezia), affresco generazionale su un gruppo di giovani affetti dal complesso di Peter Pan e sul loro disagio nell'entrare nella maturità. Subito dopo gira Un'agenzia matrimoniale, episodio del film collettivo Amore in città (1953) prodotto da C. Zavattini, e l'anno successivo (1954) vince nuovamente il Leone d'argento con La strada, favola commovente (anche grazie alla splendida colonna sonora di N. Rota), centrata sulla figura di Gelsomina (G. Masina), giovane donna semplice, ingenua e umile, non intelligente ma ricca di amore e di poesia, che riesce a spezzare la corazza di fredda animalità del rozzo Zampanò (A. Quinn) solo con la sua morte. Tra gli altri premi, il film vince nel 1956 l'Oscar come miglior film straniero e Gelsomina diventa l'emblema di tutti i personaggi umili, ingenui e di buon cuore che affollano i suoi primi film. Abbandonato il soggetto di Moraldo in città (pensato come un sequel di I vitelloni) dirige Il bidone (1955), che viene pressoché ignorato dalla critica e dal pubblico, ma ritorna subito al grande successo con Le notti di Cabiria (1957), intenso ritratto della prostituta «dal cuore d'oro» (già apparsa con lo stesso nome e le stesse vesti in Lo sceicco bianco), che vale alla Masina il premio quale migliore attrice protagonista al Festival di Cannes e a F. il secondo Oscar. Con questo film si esaurisce la prima fase della sua poetica – legata alla caduta delle illusioni e al disvelamento della personalità nascosta dei personaggi – e del suo stile, ancora iconograficamente influenzato da echi del neorealismo. Nel 1959 inizia le riprese di La dolce vita, pietra miliare nella sua filmografia e nella storia del cinema per il suo carattere di totale rottura narrativo-strutturale con il cinema del passato. Affresco soggettivo – dipinto attraverso gli occhi del suo alter ego Marcello (Mastroianni), giornalista di cronaca rosa – della società alto borghese romana nel momento di massimo splendore di Cinecittà, vince il premio come miglior film a Cannes nel 1960 (e successivamente il New York Film Critics Award e un Oscar per i costumi di P. Gherardi), ma già fin dall'anteprima suscita un enorme scandalo e la polemica arriva fino in parlamento, sia per la procace presenza carnale di A. Ekberg, sia per le scene di amori extraconiugali, ma soprattutto per la sequenza finale di una sorta di orgia (con relativo spogliarello) che viene, erroneamente, letta da molti come la vittoria della dissoluzione sulla Grazia. Soffuso di un profondo scetticismo sul futuro dell'uomo contemporaneo (ma non per questo «disperato» come qualcuno ha voluto scrivere), La dolce vita, nelle parole dello stesso F. è «un fenomeno che è andato al di là del film stesso», tanto che il titolo (come già accaduto per I vitelloni e Il bidone) diviene un modo di dire comune per intendere un certo atteggiamento edonistico nei confronti della vita. Per rispondere alle molte accuse di degradazione morale procurategli da La dolce vita, nel 1962 gira Le tentazioni del dottor Antonio, episodio di Boccaccio '70, polemica risposta alle critiche bigotte e, più in generale, pamphlet contro la sessuofobia dei censori. Nel frattempo, incontra E. Bernhard, un analista che lo introduce alla psicanalisi junghiana che avrà una grande influenza sul suo successivo sviluppo culturale e artistico. Il primo risultato di questi studi è Otto e mezzo (1963), film rivoluzionario nella struttura narrativa che mischia realtà e sogno, fantasie visive e finzioni di messa in scena, casting e riprese sul set (il finale) e che, nelle sue parole, è «un viaggio all'interno della crisi dell'uomo contemporaneo, il quale non può fare a meno di entrare fino in fondo nella sua confusione attuale, confrontandosi con tutte le parti di sé stesso e con tutti i personaggi, i fantasmi, e i mostri dentro e fuori di lui, per arrivare ad accettarli, ad amarli, ad assegnare a ognuno il proprio posto e la propria funzione, fino a unificarli in una sintesi creativa che rappresenta il nuovo equilibrio raggiunto dalla propria personalità in evoluzione». Il film viene accolto entusiasticamente dalla critica, raccoglie premi in tutto il mondo (sette Nastri d'argento, primo premio al Festival di Mosca, Oscar come miglior film straniero e per i costumi ecc.) e F. viene accostato all'opera di Joyce, Musil, Kafka e Pirandello. Meno risolto Giulietta degli spiriti (1965), sorta di versione al femminile di Otto e mezzo, apprezzato per i suoi valori formali e premiato negli Stati Uniti, ma accolto da critiche contrastanti in Italia. Seguono alcuni anni di crisi, funestati dalla rottura dell'amicizia con Flaiano, Pinelli, Gherardi e Rizzoli (suo produttore, immortalato in Otto e mezzo), dalla scomparsa del suo analista E. Bernhard e del suo direttore della fotografia di fiducia G. di Venanzo, nonché da una malattia che lo conduce in ospedale. Abbandonato il soggetto di Il viaggio di Mastorna, nel 1968 dirige Toby Dammit, episodio di Tre passi nel delirio e sua unica escursione nel genere horror, e Block notes di un regista, uno special televisivo per la NBC. Nel 1969 presenta Fellini Satyricon, film onirico e visionario quant'altri mai, costruito su brandelli di narrazione intessuti di spazi vuoti come l'originale racconto di Petronio, che diventa un cult negli Stati Uniti, dove Fellini ottiene una nomination come migliore regista, e in Giappone, dove il film tiene il cartellone di una sala per quasi quattro anni. Dopo I clowns (1970), cortometraggio-inchiesta sui comici circensi mitizzati fin dall'infanzia, dirige Roma (1972) in cui mischia (falso) documentario d'attualità e memorie fantasiose del suo arrivo nella capitale (riprese dall'abbandonato progetto di Moraldo in città). Accolto sia da elogi che da critiche e riserve, il film contiene comunque alcune scene di eccelsa figurazione, come quella della sfilata di moda ecclesiastica, carica di visionarietà grottesca e pungente satira. Alla fine del 1973 esce Amarcord, rivisitazione onirico-nostalgica della sua prima giovinezza che impone personaggi indimenticabili come la Gradisca o la tabaccaia dal seno straripante, e che, con la levità del taglio ironico, riconcilia l'autore con tutta la critica e il grande pubblico, facendo incetta di premi internazionali, fra i quali un altro Oscar come miglior film straniero. Ormai leggenda vivente, decide di realizzare un film su un personaggio che dichiara di non amare. Il risultato è Il Casanova di Federico Fellini (1976), film soggettivo e personale, intriso di simboli dall'ambigua pluralità semantica e di voluta e intenzionale freddezza nel tratteggio del personaggio, che riscuote enorme successo in Giappone mentre D. Donati vince l'Oscar per i costumi. Nel 1978 realizza Prova d'orchestra, film per la televisione, un'allegoria del marasma politico-sociale dell'Italia contemporanea, centrato su uno sciopero di orchestrali che alla fine vengono violentemente richiamati all'ordine da un evento inaspettato e sono quindi pronti a sottomettersi alle volontà di un direttore d'orchestra dai modi dittatoriali. La confusione e il suo assordante rumore sono al centro anche di La città delle donne (1979), in cui il regista confessa tutto il suo terrore per gli eccessi del movimento femminista, ma cerca anche di fare il punto sui suoi problemi irrisolti nei confronti della figura femminile, da sempre scissa nei suoi film in una poliedricità di raffigurazioni (madre-moglie-amante-puttana-castratrice-salvatrice) inconciliabili fra loro. Accolto con non poche riserve dai critici e dalle femministe e poco amato dal pubblico per la sua cripticità, il film, per l'allucinata visionarietà e il provocatorio coraggio della confessione delle debolezze e insufficienze maschili, rimane comunque fra i suoi vertici artistici. Dopo E la nave va (1983), Oscar per le scenografie di D. Ferretti, in cui F. sembra celebrare gli ultimi fasti del melodramma lirico e della declinante borghesia elitaria del primo Novecento, nel 1985 viene premiato con un Leone d'oro alla carriera e si lascia convincere a girare alcuni spot pubblicitari (Campari e Barilla). Subito dopo però dirige Ginger e Fred (1986), rivisitazione nostalgica delle più significative icone del suo cinema (G. Masina e M. Mastroianni), in cui non fa mistero del suo disprezzo per l'invadenza fastidiosa della pubblicità e l'insulso minestrone dei programmi «contenitori» della televisione. L'anno successivo riceve una laurea honoris causa dall'Università di Urbino e presenta Intervista – film autobiografico-confessionale e metalinguistico, in cui parla di sé stesso, del cinema che fu e di molto altro, mischiando, al solito, immagini della realtà e messe in scena di un passato autobiografico mitizzato e ironizzato al contempo. Nel 1990 esce La voce della luna, film di grande poesia e di suggestiva figurazione, che si affida alle efficaci caratterizzazioni di R. Benigni e P. Villaggio per giustapporre la irrazionale e folle gioia di vivere a una vena di scettico pessimismo, e che riassume molti dei suoi temi: la riflessione sulla morte, l'ironia sui comportamenti «italioti», l'atteggiamento contraddittorio nei confronti della figura femminile (che finalmente trova una poetica soluzione nel fatto che la scarpina di Cenerentola può essere calzata da tutte le donne), il suo fastidio per il «rumore» che pervade la società moderna che si conclude con l'implorazione finale di Ivo/Benigni a fare un po' di silenzio e ascoltare, perché solo così «forse qualcosa potremo capire». Nel marzo del 1993 è invitato a Hollywood per ritirare un Oscar alla carriera, il suo quinto; il 3 agosto viene colpito da ictus cerebrale mentre si trova al Grand Hotel di Rimini. Curato a Ferrara e Rimini, sembra totalmente ristabilito, ma viene colto da un nuovo attacco a Roma, dove muore il 31 ottobre. La camera ardente viene allestita nello studio 5 di Cinecittà, il suo preferito, che viene visitato da migliaia di persone. Artista poliedrico, dall'immaginario illimitato e inesauribile, pur ritornando spesso sugli stessi temi, ha saputo combinare insieme con sapiente equilibrio realtà e fantasia, commozione e ironia, realismo e deformazione grottesca, dramma e comicità, leggerezza nostalgica e graffiante satira di costume.